27/06/2026
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Mentre psicologi e counselor litigano, i ragazzi si confidano con ChatGPT

In un recente articolo del Corriere della Sera firmato da Valentina Rovato e dedicato al disagio psicologico degli adolescenti, c’è un dato che merita più attenzione di quanta ne stia ricevendo. Il 19,2% di un campione di oltre mille giovani tra i 12 e i 21 anni ammette di aver usato ChatGPT, Gemini, Character.AI o Meta AI per chiedere consigli quando si sentiva triste, arrabbiato, nervoso o stressato. Un anno fa, secondo un’indagine RAND, la percentuale era del 13,1%. La curva sale, e sale in fretta.
Ryan McBain, ricercatore senior in politiche pubbliche e autore principale dello studio citato dal quotidiano, commenta il dato con una frase che vale la pena leggere due volte: ci si aspetterebbe che i giovani avessero relazioni di supporto tali da farli sentire a proprio agio nel chiedere aiuto a chi li circonda. Invece no, perché quando manca una presenza competente e non giudicante, arriva un’interfaccia che risponde sempre, a qualunque ora, senza mai sembrare stanca, distratta o in disaccordo.
L’articolo non lascia dubbi sui rischi. I modelli linguistici non sono progettati per la terapia, mancano di empatia autentica, possono “allucinare” risposte fuorvianti o dannose a chi è in crisi e, punto che merita una riflessione più ampia, rischiano di alterare la capacità dei ragazzi di costruire relazioni umane vere, abituandoli a un interlocutore tarato per compiacerli piuttosto che per metterli alla prova, contraddirli, restituire loro uno sguardo onesto.
Il vero antagonista non è chi pensavamo
Qui arriva la riflessione che, da chi opera nel mondo del counseling, ci sembra inevitabile fare. In Italia esiste da anni una polemica, a tratti aspra, tra una parte del mondo degli psicologi e quello dei counselor. Si discute di confini, di competenze, di rischio di abuso della professione, di chi possa legittimamente occuparsi del benessere psicologico delle persone e in quali forme. È un dibattito che ha le sue ragioni e di cui abbiamo spesso parlato su questo blog: la tutela della persona, la chiarezza dei ruoli, la qualità della formazione sono temi seri, non pretesti.
Ma leggendo questo dato sui ragazzi viene da chiedersi se la linea di frattura che continuiamo a presidiare sia davvero quella più urgente. Mentre due categorie di professionisti umani, entrambe formate, entrambe supervisionate, entrambe vincolate a un codice etico, discutono su chi abbia titolo a sedersi di fronte a un adolescente in difficoltà, quasi un giovane su cinque ha già risolto la questione per conto proprio. Si confida con un software che non ha seguito un solo giorno di formazione, non risponde a nessun ordine professionale, non ha mai ricevuto supervisione, e che — come ricordano gli stessi autori dello studio — al momento è sostanzialmente autoregolamentato, privo di standard di sicurezza imposti dalla legge.
Detto in modo diverso: il rischio che la professione regolamentata teme da un collega non regolamentato è reale e va affrontato con serietà. Ma è difficile non notare che, nel frattempo, il rischio più grande si è già installato sugli smartphone di milioni di adolescenti (e non solo), senza che nessuno gli avesse mai chiesto un titolo, un’iscrizione a un albo o un’assicurazione professionale.
Una domanda più scomoda
Forse la domanda da porsi non è “chi ha più diritto di occuparsi del disagio delle persone: lo psicologo o il counselor?”, ma “quanto costa, a tutti, continuare a discuterne mentre il vuoto che lasciamo viene occupato da qualcun altro?”. Il counselor non sostituisce lo psicologo, né intende farlo: si occupa di crescita personale, di accompagnamento, di ascolto in contesti non clinici — esattamente il livello di intervento leggero, accessibile, informale che potrebbe intercettare un disagio prima che richieda una presa in carico specialistica. È, per sua natura, una figura ponte. E i ponti, quando ci sono guerre di confine, sono la prima cosa che salta.
Una collaborazione strutturata tra psicologi e counselor — con ruoli distinti ma comunicanti, con invii reciproci, con una rete che non lasci scoperto nessun gradino del bisogno — non è una resa, è una strategia. È il tipo di alleanza che permetterebbe a un ragazzo di trovare, prima di un’AI, una persona vera disposta ad ascoltarlo. Non perché il counselor sia “meno pericoloso” di quanto si voglia far credere, ma perché la vera domanda, oggi, non è più chi tra gli umani sia più legittimato ad aiutare. È se gli umani, insieme, sapranno restare il primo posto dove una persona pensa di poter bussare.
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