28/11/2018

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“Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio cervello,il cervello degli altri.”L. Da Vinci

Il grande genio di Leonardo ci offre oggi lo spunto per parlare di una capacitàfondamentale per il counselor: l’ascolto.

Che cos’è l’ascolto? E quali sono gli agiti di chi ascolta? Sembrano domande moltosemplici, in realtà, come tutte le domande semplici, possono nascondere significati e sensicomplessi e difficili.

E’ ormai chiaro a tutti la prima distinzione: ascoltare non significa sentire. Si possono sentiresuoni, rumori, voci e silenzi ma la capacità d’ascolto è qualcosa che va oltre.

Ecco allora che per anni si è cercato di definire le varie tipologie di ascolto: oltre al passivo,il riflessivo, il selettivo e l’attivo.

Su tutti, il più conosciuto oggi è l’ascolto attivo. Ma che cos’è e come si esercita? Ascoltareattivamente significa prestare volontariamente attenzione a quello che l’interlocutore stacercando di comunicare.

Ma fuor di definizione che cosa si intende? Oltre all’intenzione, sono ovviamente necessariela non formulazione di un giudizio e l’empatia (sì ancora lei, sempre lei). Ciò non significa semplicemente “mettersi nei panni degli altri”. Anche questa definizione è ormai abusata: a volte non è sufficiente se non facciamo seguire l’immedesimazione ad un reale sentire ciò che prova l’altro. Ci capita infatti di sentir dire: “ mi sono messo nei panni dell’altro e proprio per questo io farei...” Ecco, questa non è immedesimazione: io farei o tu devi fare non è ciò che necessariamente farebbe l’altro, sia che sia una questione di volontà, possibilità o capacità. Ascoltare è realmente cercare di capire ciò che prova l’altro, non indossare i panni dell’altro, ma diventare l’altro e poi, solo poi, rispondere.

Esercizio complesso e difficile senza dubbio. Quali sono gli strumenti che abbiamo a disposizione? Sicuramente la voglia di farlo, l’intenzione unita alla consapevolezza dei nostri stereotipi, dei nostri pregiudizi e della nostra mappa del mondo. Ciò che è giusto per noi non è necessariamente giusto in assoluto o per il nostro interlocutore. Ovviamente dobbiamo evitare le interruzioni, le generalizzazioni e la consolazione. Una persona che ci racconta un suo problema, una sua difficoltà non è interessata a sentirsi dire “ma capita atutti“, oppure “dai vedrai che tutto si risolve“. Con ogni probabilità, e razionalizzando, lo sa anche l’interlocutore che può capitare a tutti, che c’è qualcuno che sta peggio di lui e che prima o poi la situazione cambierà. Ma in quel momento non sta cercando o chiedendo soluzioni, sta cercando ASCOLTO, ossia comprensione, non giudizio e dialogo…la famosa accettazione incondizionata di cui parla Carl Rogers. Usiamo quindi le parafrasi e le riformulazioni, sostituiamo il “suvvia che poi passa” con “capisco, immagino cosa stai provando” oppure “sì, deve essere difficile tutto ciò”…in modo sentito e sincero. Essere ascoltati è una delle cose che più fa piacere: ci si sente visti e accolti per quello che si è.

A noi piace l’ideogramma cinese della parola ascolto che è composto da diversi elementi:

Orecchio

Occhio per “vedere” l’atteggiamento, lo sguardo del “tu”, l’alterità che ci sta davanti, chenon è lo specchio di me stesso, non è quello che io vorrei l’altro fosse, ma è proprio “unaltro“

Cuore perché parodiando Il piccolo principe si vede (e si sente) bene solo col cuore

Io

Tu

Non vi sembra ci sia tutto?

Il counselor impara tutto questo fin dal primo anno della nostra scuola. L’esercizio piùdifficile? La sospensione del giudizio e l’accettazione incondizionata.

Ma solo così riusciremo a possedere il cervello dell’altro, come dice Leonardo da Vinci e adascoltare, attività principale nel counseling.

Solo così si abbatteranno barriere e si apriranno dialoghi.

Non vi resta che provare! E se vi distraete… chiedetevi “che cosa proverei io se fossi il mio interlocutore e mi vedessi distratto e assente“? Semplice, ma funziona!

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